venerdì 12 maggio 2017


                                            Capitano Jack

La nave si appoggiò al pontile con un sonoro tonfo, mentre gli uomini gettavano le corde agli addetti all’ormeggio. Tuath rivolse lo sguardo imperscrutabile verso Amit e lo trovò che lo fissava, come se lo attendesse.
“Si direbbe che il vecchio Hoggar non abbia più la mano leggera di un tempo” lo sollecitò sornione.
“I legni della Eye of the sun hanno scricchiolato di brutto questa volta” lo incalzò Amit.
“Dovrei fare rapporto a Ashra?” replicò Tuath.
“Non credo che ce ne sia bisogno…”
“Devo chiudere un occhio secondo te?” lo interruppe.
“Oh non intendevo questo, perché certamente avresti potuto chiuderlo un occhio per solidarietà maschile, ma penso proprio che Ashra non abbia potuto fare a meno di percepire quanto l’attracco sia stato impreciso, da novellino” concluse iniziando a ridere Amit accompagnato da un sorriso ampio che illuminò il volto di Tuath.
“Vi preferivo quando non vi parlavate. Cercatevi un'altra femmina per cui bisticciare, invece di torturare un esperto timoniere come me” brontolò Hoggar allontanandosi dai due con espressione burbera.
“Di nuovo a tormentare quel vecchio brontolone?” li sorprese Ashra avvicinandosi a Tuath.
“E’ così dannatamente divertente” commentò Amit ridendo ancora.
“Sei sempre decisa ad andare da sola? Può rimanere Amit al comando e io solo potrei accompagnarti” le chiese posando una mano sulla sua spalla.
“Che il mare mi inghiotta se io disdegnassi la tua compagnia senza motivo,ma devo andare da sola, non sarei qua senza di lei adesso. Lo sai.” gli rispose addolcendo lo sguardo e posando la propria mano sulla sua che le stringeva impercettibilmente la spalla.
“Volete che vi lasci soli?” stemperò il momento Amit,richiamando la loro attenzione su di sé.
“Sei ancora geloso amico mio?” lo punzecchiò Tuath.
“Ashra ti è sempre appartenuta” ammise Amit, guadagnandosi una occhiataccia dal proprio capitano “Scusami, so che tu appartieni solo a te stessa…sai che intendevo” aggiunse cercando di salvarsi.
“Ashra deve ancora imparare a scendere a compromessi con i sentimenti ” rincarò la dose di provocazioni Tuath.
“Scendo a terra prima di ignorare completamente quei sentimenti e  cedere piuttosto ai miei istinti mettendovi entrambi ai ferri” interruppe la conversazione per afferrare il bavero della giacca di Tuath e tirarlo a sé per poi baciarlo di impeto.
“Pensare che c’era un tempo che anche solo per abbracciarla …” provò a scherzare Amit per guadagnarsi un pugno dal suo capitano “Che diamine!” sbottò risentito.
“Non hai ancora imparato niente, re della diplomazia?” lo canzonò Tuath.
“Parli bene! A te vengono riservati i baci e a me restano i pugni!” concluse Amit ricominciando a ridere.
Mentre scendeva dalla Eye of the sun, Ashra non poté fare a meno di sorridere a sua volta. Ne avevano passate così tante insieme e il rapporto tra loro tre era stato messo a dura prova più di quello di qualsiasi altro sulla nave, ma tutto adesso si era risanato. Gli anni di scorribande insieme, che erano seguiti a quel loro primo incontro con Tuath e a quella loro prima avventura tutti insieme, non avevano fatto altro che rinsaldare la loro amicizia. Era anche per questo che doveva andare, che doveva vederla. Appena appresa la notizia, mentre erano di passaggio al porto di Delain, aveva rivoluto tutti a bordo pronti a salpare quanto prima. Aveva imposto un ritmo di navigazione serrato e ferreo. Necessitava di raggiungerla nel più breve tempo possibile. Le avevano detto che la ferita era non poco seria e lei aveva fiducia, una fiducia smisurata, perché Jac era forte, era una roccia, ma doveva vederla, doveva parlarle, doveva ringraziarla. I suoi uomini una volta ancora, non l’avevano delusa e dopo una piccola sosta lungo la rotta per recuperare un prezioso dono per la sua amica, eccola attraversare le vie del piccolo paese di Greencave per raggiungerla nella casa dove l’avevano ricoverata.
Era una mattina uggiosa, l’aria era carica di umidità e dense nuvole di condensa uscivano dalle bocche dei pochi che si avventuravano per le stradine del villaggio. Presto sarebbero tornati verso i mari del sud, caldi e ricchi di prede, ma il richiamo delle sue terre natie di tanto in tanto la riportava là dove tutto era iniziato. E quel giorno era grata di trovarsi nei mari del nord proprio in questo periodo, andarla a trovare era risultato sicuramente più facile,ma soprattutto aveva potuto apprendere più velocemente quanto le era accaduto. Mentre macinava i passi di strada che la separavano dalla casa dove la sua amica si trovava, la mente tornò ai giorni in cui l’aveva conosciuta.

Dragan se ne era andata. Il suo capitano se ne  era andata. La sua amica, sua sorella, l’altra parte di sé. Le aveva fatto recapitare una stupida lettera a bordo. Lasciava la pirateria, sarebbe rimasta sulla sua isola natale, al fianco del suo sposo, quello sposo che aveva abbandonato il giorno delle nozze scappando con un sotterfugio proprio dopo la cerimonia. Restava a casa scegliendo di abbracciare quella vita tranquilla e banale da cui era scappata a gambe levate,ma i suoi sogni? Diamine, i loro sogni, avevano rischiato tutto per quelli, avevano combattuto spalla a spalla, rinnegato le proprie famiglie , messo a repentaglio la loro stessa vita. Come aveva potuto dopo tutto quel che avevano condiviso? Dopo Tuath e ora che finalmente avevano conquistato un leggendario tesoro?  Il suo mondo era crollato e Tuath e Amit, persino Ossie, Hoggar e Mohrin avevano faticato non poco a tenerla in carreggiata, finendo poi per sostituirsi a lei nel comando. Era crollata ancora e aveva reagito, analogamente allo scoprire dello scherzo giocatole dal suo amato Tuath, iniziando a agire impulsivamente, rifiutandosi di ragionare e ponderare. Allora , come non si stancava di ricordarle scherzosamente Amit, aveva agito sconsideratamente e dimenticando la propria innata timidezza si era concessa a un notevole numero di uomini lui compreso. Certo Amit, punzecchiando con una punta di vendicativa ironia Tuath, aggiungeva che non si lamentava affatto di aver fatto da sfogo alla rabbia di Ashra, anzi, si diceva pronto a soddisfare questa sua necessità in qualunque momento si fosse ripresentata! Il fatto che tutti si mettessero a ridere quando Amit si esibiva in questa sua colorita spiegazione, Tuath compreso, era l’ennesima dimostrazione di quanto la ciurma della Eye of the sun fosse legata e capace di passare indenne attraverso qualunque incomprensione. L’abbandono della pirateria da parte del suo capitano però,le aveva fatto sviluppare la tendenza a cacciarsi in guai ben più seri, rischiando di rompersi il collo o venire uccisa. Provocazioni e risse erano all’ordine del giorno e il gettarsi in avventure strampalate sembrava una tentazione irrinunciabile. Per non parlare della discutibilissima tendenza ad isolarsi e agire di testa propria. Gli uomini di comando e di ciurma la seguivano e proteggevano come potevano, ma quella dannata donna, come la definiva ogni volta l’uomo che l’amava, era ancora più scaltra e determinata di quando si era voluta vendicare di lui.
Fece la conoscenza di Jac in un assolato pomeriggio di un giorno d’estate. Era riuscita a sottrarsi al controllo serrato cui la sottoponevano i suoi uomini e si era recata da sola ad un incontro con un paio di brutti ceffi, che le avevano promesso informazioni riguardanti un vecchio manufatto su cui voleva mettere le mani. Spavalda e sicura di se si era recata all’incontro quasi più per mettersi alla prova, che per reale interesse alle informazioni. Non appena messo piede nella piccola radura in mezzo a quel groviglio soffocante di mangrovie e liane , si era non poco maledetta. I due uomini l’avevano accolta con un sorriso sbilenco aperto sui loro denti giallastri e le avevano riservato la sorpresa di farla accerchiare da altri loro  sei compagni. Così si era ritrovata con le spalle al muro, perché era diventata brava nei combattimenti corpo a corpo, le due accette che usava le garantivano buona mobilità e ampio spettro di difesa, ma figurarsi se uno di quei farabutti non aveva con sé una pistola. Non poteva fare a meno di ricordare a se stessa che la taglia sulla sua testa recitava “viva o morta”, quindi non si sarebbero fatti scrupoli nel freddarla. Era altrettanto vero però, che avrebbe venduto cara la pelle, che diamine, almeno avrebbe reso loro l’impresa il più difficoltosa possibile, trascinandosi quanti più di quei bastardi dietro. Per cui non esitò a impugnare le accette e farsi avanti. I primi due uomini, quelli che l’avevano attirata lì, caddero a terra morti in breve tempo, ma Asrha si ritrovò faccia a faccia con la maledetta pistola che come ipotizzato, l’avrebbe freddata. Vide armare il cane e lanciò una delle accette dritta nel petto di quello che stava per spararle proprio mentre un altro alla sua destra le colpiva una gamba  con una schioppettata. Cadde con le ginocchia a terra e si preparò a morire, ma quel colpo mortale che si aspettava non arrivò mai. Ci fu un trambusto assordante che dalla boscaglia si fece rapidamente largo nella radura. I cinque uomini rimasti finirono velocemente a terra stesi da due uomini e una alta donna dai capelli rosso scuro che menava letali fendenti con la sua spada con incredibile velocità e cinica freddezza.Il termine "balletto di morte" l'aveva sempre fatta sorridere, leggendolo, ma vedendo le movenze di quella donna, l'eleganza con cui muoveva la spada dando la morte, lo comprese appieno, rivalutandolo.
“Dobbiamo ricucirti e rimetterti in sesto, se ti riporto da Tuath conciata così, finirà il loro lavoro” le sorrise e la aiutò ad alzarsi.
“Come fate a conoscermi?”  chiese non riuscendo a nascondere una smorfia di dolore.
“Ve lo racconterò mentre cerco di sistemare quel disastro che è la vostra gamba” le rispose mentre, prendendola sotto braccio, l’aiutava a incamminarsi.
Così conobbe Jacqueline Ann Campbell, capitano della Bruadarach. Questa incredibile donna la sorprese e incuriosì immediatamente. Era energia pura, un portento di entusiasmo e  iniziativa viscerale. Alta ancor più di Ashra si muoveva sicura ed energica tra gli uomini di ciurma della propria nave dove l’ aveva accolta e curata. Il fatto che conoscesse Tuath fu di non poco aiuto per rassicurarlo e tenerlo a bada dal precipitarsi dalla sua donna per “scotennarla”, sue testuali parole, come se la rideva nel ricordarglielo continuamente la sua salvatrice. Jacqueline si spinse oltre, convincendo lui e il resto della Eye of the sun a fare a meno del loro capitano per diversi altri giorni più del necessario. La cosa incredibile fu che Ashra non fece la benché minima rimostranza all’essere trattata come una ragazzina bizzosa o ferita. Accettò di buon grado quelle che il capitano  della Bruadarach accampò come scuse presso la ciurma della Eye of the sun, anche se in fondo sapeva che erano niente meno che la verità. Non fu felice dal riconoscerlo con se stessa, né dal fare i conti con il fatto che sia Jacqueline, che Tuath e Amit avvessero riconosciuto questa sua grande debolezza. Era ferita, profondamente ferita dall’abbandono della comune causa da parte di Dragan, e da bestia ferita aveva reagito, senza pensare a quelli che l’avrebbero dovuta piangere. Era stato un comportamento riprovevole, ma questa donna sorprendente che Jac dimostrava di essere non ne era sconvolta, lo accettava, accettava la sua debolezza e manchevolezza senza giudicarla, anzi, le porgeva sorridente e promettente la mano per potersi rialzare.
I primi giorni che seguirono il ferimento di Ashra richiesero un totale riposo e Jac spazzò letteralmente via quelle che sarebbero dovute essere lunghe ore di snervante attesa, con una tempesta di parole e storie. Ashra aveva convinto Dragan a prenderla a bordo, lusingandola con la prospettiva di narrarne le gesta in un libro e come Jac scoprì in lei questa comune passione per la scrittura, la sommerse in un mare di suoi scritti. Ashra ci si perse con un  insperato interesse e trangugiò entusiasta la trascrizione delle gesta compiute da Jac con la sua ciurma e i racconti di fantasia. Una fantasia vivida e coinvolgente che caratterizzava lo scrivere di questa femmina pirata e questo la portò non poco a riflettere. In Jacqueline Ann Campbell ritrovò qualcosa che con l’abbandono di  Dragan credeva di aver perduto per sempre, una compagna, una guida, una luce che le mostrava la via ,ma che era pronta a seguirla, trovò una amica con cui condividere una autentica parte di se che credeva inesorabilmente persa. Definirla e riconoscerla come amica fu immediato e così sorprendente. Era sempre stata una persona chiusa e diffidente col prossimo, attenta a soppesare parole e classificazioni, ma Jac l’aveva travolta, si era mostrata sincera e schietta, si era mostrata in tutto il suo essere, senza nascondersi e definirla da subito Amica fu semplice e liberatorio. Jac, però, era così tanto un fiume in piena di ottimismo e spontaneità, di coinvolgente entusiasmo e comunicativa energia che riuscì là dove neppure Dragan era riuscita. Risvegliò in Ashra la voglia di sognare e scrivere e gettarsi nella vita con una dinamica del tutto nuova e dannatamente schietta e questo risultò oltremodo liberatorio per il capitano della Eye of the sun. Le loro lunghe chiacchierate notturne furono un balsamo risanatore per Ashra. Si ritrovarono a parlare di tutto e in un modo così spudorato e diverso da come aveva sempre fatto. Più di una volta la vedetta di turno della Bruadarach si ritrovò a saltare scossa dalle sguaiate risate delle due donne che parlavano delle prodezze notturne che Tuath regalava a Ashra o delle altrettante succose prestazioni che Oilibhear riservava a Jac le rare e preziose volte che riusciva a incrociare la rotta con la Banrigh na h-anaman . Per non parlare delle volte che si esibivano in battutacce dal linguaggio ancor più scorrile di quello del peggior bucaniere di tutti i mari e si ritrovavano l’intera ciurma a  esplodere in un fragoroso concerto di risate sdentate. Nel poco tempo trascorso insieme, Ashra si ritrovò ricaricata dal fitto chiacchiericcio, dalle confidenze e da una sorprendente e totalizzante fiducia che si erano in maniera così sorprendentemente naturale concesse l’un l’altra. Quando venne il giorno di tornare alla Eye of the sun le due amiche si salutarono con gioia e non con il tipico dolore degli addii. La loro sorprendente e inaspettata amicizia, non parlava di asfissianti legami,ma  era libera e verace. Si ripromisero di incrociare le rotte di tanto in tanto,di accorrere in aiuto l’una dell’altra in ogni situazione e perché no, di condividere persino qualche scorribanda insieme. Cosa più importante e irrinunciabile, si ripromisero di scambiarsi una corrispondenza quanto più fitta possibile e Jac giurò a Ashra che se non le avesse scritto tutto ciò che pensava di quel che scriveva nei suoi racconti, sarebbe venuta a cercarla persino all’inferno.
Il capitano che risalì a bordo della Eye of the sun era un capitano nuovo, con il volto luminoso , lo sguardo risoluto e un sorriso pieno di fiducia e speranza, era vita e luce. Luce donata da una persona che aveva curato la sua ferita senza che le venisse chiesto e lo aveva fatto essendo semplicemente se stessa.  Ashra si ricordava ancora l’espressione dipinta sui volti della sua intera ciurma. Con lei erano rinati anche loro e erano più che pronti a gettarsi in ogni impresa il loro capitano avesse loro proposto.
Il capitano della Eye of the sun sorrise scuotendo la testa e sollevata la mano, bussò alla porta della casa dell’amica, raggiunta mentre i suoi pensieri l’avevano portata lontano da lì. Tratto un profondo respiro attraversò la porta che Oilibhear le aveva aperto e si diresse verso la stanza che lui le aveva indicato. Là, capelli rosso scuro fluenti sul bianco cuscino a comporre una contrastante corona di raggi intorno al volto dall’incarnato pallido, la accolsero gli occhi vivaci di Jac. Occhi luminosi e pieni di vita e forza.
“Amica mia, eri invidiosa della mia scelleratezza? In che guaio ti sei andata a cacciare?” la canzonò Ashra, perché mai e poi mai si sarebbero perdonate di non prendere con ironia ogni situazione, lo sdrammatizzare innanzi tutto…sempre.
“Stavolta me la sono vista brutta” le rispose con espressione riconoscente.
“Mi ha detto Oilibhear che sei in rapida ripresa ormai”
“Sì, adesso il peggio è passato e tra poco dovrai stare attenta che non ti soffi qualche ricco bottino” provocò Ashra, che la guardò allargando il proprio sorriso.
“ A proposito, gran gusto amica mia, ti sei trovata un uomo dannatamente bello e con degli occhi che portano in se il colore di diversi mari che ho attraversato. Azzurro ghiaccio e ceruleo, cobalto e persino il grigio.”
“Diamine, non dirglielo, o non la smetterà di pavoneggiarsi per una settimana almeno” rise, non senza lasciarsi scappare un colpo di tosse.
“Suppongo ti abbiano colpito i suoi avambracci” insistette Ashra sorvolando volutamente il tossicchiare dell’amica. Stava decisamente meglio, ma la ferita era stata brutta e la ripresa portava con se qualche piccolo strascico ancora, che però presto si sarebbe risolto.
“Ohhh,  quelli hanno giocato grandemente a suo favore…lo sai…non che il resto sia da buttare” replicò Jac.
“Da quel che intuisco nonostante l’abbigliamento, non c’è proprio niente da buttare di lui” rise sguaiata Ashra mentre l’amica la seguiva contagiata dal loro modo di scherzare. Poi Ashra frugò in un piccolo sacchetto di pelle che teneva legato alla cintura e estratto un foglietto le disse “Non si giunge mai a mani vuote al capezzale di una amica” e porgendole il piccolo pezzo di pergamena aggiunse “Questo è il posto dove si nasconde il bastardo che ti ha ridotta quasi alla morte”
Jac aprì il foglio e lesse quanto scritto, poi sollevandosi seduta sul letto, si rivolse a Ashra “Non vedo l’ora di rendergli il favore, ma mi accerterò di renderglielo con gli interessi…voglio la sua testa”. Rilesse il foglio e lo strinse tra le mani mentre sollevava il volto verso l’amica guardandola con una espressione che Ashra riconobbe al volo.
“Quando ti sarai del tutto rimessa , il capitano della Eye of the sun e la sua intera ciurma sono al tuo servizio, Capitano Jack” le disse con sguardo deciso.
“A quanto pare è giunta l’occasione di combattere fianco a fianco! Grazie amica mia!” le disse stingendole saldamente la mano per sancire il patto.






Questo racconto uscito a fatica (la battaglia “scrittura” è appena iniziata,ma non mollo) è dedicato e scritto per una persona grandiosa che conosco veramente da poco tempo … ma che cos’è il tempo quando due persone si trovano e filano via veloci in accordo?
Ciccia … è cominciato per scherzo e ancora non mi capacito di cosa diamine mi abbia fatto trovare il coraggio di contattarti … come diamine io abbia iniziato a eviscerare i tuoi racconti … come tu non riesca a smettere di volerle leggere le mie parentesate e le mie tangenti … ma sono felice che sia nata questa amicizia! So che meriteresti un regalo migliore (beh, almeno a natale ti è andata meglio! XD) ma era giusto che facessi questo Chicca. Perché porca miseria sono qua anche per colpa tua, soprattutto per colpa tua. Stavo perdendo la mia lotta, l’avevo persa proprio ammettiamolo. Tu sei entrata a gamba tesa nella mia esistenza. Sei un vulcano di fantasia e energia … e sei virale … sappilo! Sono felice di eviscerarti e sfarinarti di discorsi strampalati, sono felice di aver ritrovato in te una persona con cui condividere un mio mondo che avevo stupidamente lasciato morire. Trovo dannatamente divertente scambiarci milioni di messaggi dove sragioniamo della qualunque (ok…di una cosa in particolare…di un determinato anim…contegno Puce! XD). E mi piace questo nostro sostenerci a distanza. Sono immensamente grata al destino per avermi concesso l’occasione di essere investita dal tuo entusiasmo e porca paletta…mi hai fatto tornare a sognare! Hai rispolverato la me stessa creativa e condividere certe idee “letterarie” o “congiureggianti” è  così maledettamente entusiasmante. Per non parlare di quanto sia incredibilmente divertente condividere tutto questo “sotto mentite spoglie” e di essere in parte una tua “eminenza grigia”…fa così tanto supereroi (e anche un po’ Star Wars,ma sul serio,accetto il ruolo di Darth Vader e abbandono la scellerata auto definizione di imperatore Palpatine !) che lo trovo stupefacente! Certo, hai risvegliato anche una parte, come dire, ciana…boccaccesca…e…e questa parte magari te la ricordo in privato che è meglio…ma sappi…non la rinnego neanche per sogno!
Hai dimostrato di essere una donna forte, capace di combattere una dura battaglia … con una tenacia … con una sfacciataggine … con una solare potenza … che mi fanno gridare “sono fiera di te” ! Voglio che tu non smetta mai di lottare,così come voglio che tu non smetta mai di sognare, di provarci … scrivi, scrivi e scrivi ancora … sempre … credici! Non so dove ti porterà … ma già qualcosa lo hai ottenuto … hai ridato vita e voglia di crederci e provarci e sperarci a una come me che si era spenta … mi hai ridonato i sogni … e io senza sogni … semplicemente non esistevo!
Ecco perché ti regalo questo brano strampalato, strampalato, ma sentito e nell’ambientazione che mi sta più a cuore. Sai che quella dei “pirati” sia l’unica storia che io abbia mai portato a termine (beh, il primo “racconto” almeno! XD) e ora … ora ne fai parte anche te di questo mio mondo e so che capirai quanto questo sia grandioso e sconvolgente per me! Già che c’ero e visto che come sai non posso farne a meno, ci ho messo dentro qualche riferimento “al nostro mondo anacondeggiante” e ci ho messo un paio delle tue paroline, perché mi pareva doveroso! Dovrei aver inventato anche un paio di neologismi/storpiature dei miei … perché so che ti garbano! (le delucidazioni e gli sragionii te li riservo ai messaggi privati … o ci arrestano ! XD ).

Buon compleanno Ciccia … e grazie infinite di tutto! … e che il destino possa donarti una selva intera dei nostri tronchi d’acero preferiti!...tra le altre cose!

venerdì 21 aprile 2017

Dissertazioni sul pollaio

Seduta sull’erba, Dio piacendo pulita, Dio sempre più piacendo non esageratamente insettosa, me ne sto a guardare galli e galline, anatre e germani e piccioni. Vita di campagna. Una giornata primaverile di sole, brezza leggera e fresca e pensieri alla deriva. Si può assimilare il comportamento umano a quello dei pennuti osservati dentro un pollaio? Come diamine mi vengono in mente certi pensieri in un bel giorno di primavera, proprio non so!
Guardale le galline che beccano continuamente per terra, incuranti delle scorrere del tempo, delle mosche che disegnano strani percorsi nell’aria. Mangiano, mangiano e ancora mangiano. Se ne stanno tutte affiancate strette, come se neppure si accorgessero di tutto lo spazio che han dato loro a disposizione. Poi improvvisamente una parte in quarta, starnazzando a destra e manca e si appropinqua alla parte coperta del pollaio. E’ l’ora dell’uovo! Per me comincia ora il divertimento. Perché eccola che gira e rigira sulla porta.  Si avvicina, guarda dentro e strilla forte per poi allontanarsi infastidita. Scende due gradini, protesta con la vicina di casa e proprietaria del pollaio che sta pulendo e via a riaffacciarsi alla porta, starnazzando ancor più stizzita per poi venire nuovamente via.
“Sarà buffa, l’altra gallina le ha tolto il suo posto preferito”
Sì, posso assimilare il comportamento umano a quello animale dentro un pollaio.
Perché noi femmine siamo così, come soffriamo noi di parto nessuna mai, se una più giovane ci frega il posto scoppia la terza guerra mondiale e starnazziamo a più non posso per ciò che è nostro e …e ammettiamolo, non è che lo abbiamo mai voluto granché. Inclemente? Probabilmente. Il lato fortemente femminista della mia genia starà protestando? Altrettanto probabile, ma lasciatemi perdere nelle mie peregrinazioni mentali, che potrei sempre fare di peggio.
Per giunta, non crediate che non ce ne sia anche per i maschietti. Eccolo là l’anatrone muto. La femmina se ne sta sul fondo del pollaio mangiucchiando svogliata per ingannare il tempo e lui che fa? Scondinzola e tottera sfiatando (le anatre mute sono mute sul serio, emettono fiati e non starnazzano!) verso la mia vicina che lo minaccia di tirargli il collo e verso di me che guardo e rido. Quanto è grottescamente ridicolo, ha una femmina più che disponibile che lo attende e lui se ne sta lì impettito e gonfio, scodinzolando che neanche un cane (e contrariamente ai cani per lui lo scodinzolio non è gioia,ma minaccia!), penne ritte sulla testa a formare una cresta “minacciosa” e totterio silente e petulante. Decisamente uomo, le anatre maschio mute sono emblema altamente calzante del maschietto umano medio. Minaccia e mena se gli sfiorano l’auto, apre la coda immaginaria per farsi grande dei propri presunti successi sportivi, gonfia il petto e mostra i “muscoli” (quanto meno ci prova o si illude!) se gli apprezzano o marpionizzano la donna. La quale donna nel mentre viene del tutto dimenticata, ma a differenza della femmina di anatra muta, maschietti state “accorti”, non se ne resta a beccare mangime per ingannare il tempo, troppo impegnata a impreziosirvi il cranio di ramificatissime corna.
I tempi sono cambiati e pare che le donne si siano evolute, oddio, io ancora non sono convinta e continuo a propendere per “involute”. Ammettiamolo, prendere certe pessime abitudine e cattivi vizi tipicamente maschili non è evoluzione di genere,ma deprimente involuzione, ma questa è un’altra storia e finisce che rischio un risentimento di massa.
Non mi resta che tornare al pollaio, cercando di abbandonare la maledetta nota sarcastica che mi contraddistingue da un po’. Un po’? Andiamo Franci, che hai deciso di propendere per la schiettezza innanzi tutto, quindi ammettilo, è tutta la vita che mi contraddistingue un assoluto sarcasmo e la più totalizzante disillusione.
Un fracasso di ali mi richiama all’ordine. Eccoli là i due galli che tanto per cambiare bisticciano,ma d’altra parte, con due galli in un pollaio non può essere altrimenti. E qua dite quel che volete e protestate pure a più non posso,ma due galli in un pollaio è la più brutale delle rappresentazioni maschili. Il Rosso, come chiamo simpaticamente quello dal piumaggio rossastro, prova e riprova ad avvicinarsi alla prima gallina disponibile. Inutile sottolineare che il Bianco non sia molto d’accordo col suo punto di vista e non si tira di certo indietro dal dimostrare la propria opinione. Forte della sua stazza più corposa, gonfia ancor più il petto, si raddrizza sulle zampe e via di sciabordio di ali e grido acuto e imbufalito. Ma il Bianco è galletto livornese e sia mai detto che noi livornesi ci si limiti a starnazzare e strillozzare soltanto. Persino alla Warner Bros se ne sono accorti, e se pure gli americani l’hanno notato, la questione è piuttosto ovvia. Mai sentito parlare del cartone animato con protagonista il Foghorn Leghorn? Gallo bianco e forzuto che non esitava a tirarsi su le piume sulle braccia per farsi valere a suon di scazzottate. Pensavo che gli americani avessero esasperato un tantino la tendenza della razza, ma a quanto pare i galletti livornesi mica se ne stanno tanto tranquilli. Chiedete al povero Rosso, cacciato e ricacciato via dai pressi di una qualunque femmina e oltre, perché il Bianco l’ha presa piuttosto sul personale, sul piccoso direi. Il Rosso ha vita sempre più problematica, perché il suo compagno di pollaio sembra non lo faccia mangiare più , né bere. Povero piccino.
E’ così che una mattina di primavera, quando ormai son passati alcuni giorni dalle mie riflessioni da pollaio, che Donna Flavia si aggira ignara e serena per il giardino. L’erba bagnata dalla rugiada, il silenzio interrotto dal poetico cinguettare dei passerotti, profumo di fiori nell’aria pulita e inebriante.
“Buongiorno”
“Buongiorno Gina” risponde alla vicina diretta verso casa con un fagotto rossiccio tra le mani.
Donna Flavia ci mette un minuto, anche meno, per realizzare e la sua mente torna alle vacanze d’infanzia nelle marche e a Pallino il simpatico e dolce coniglio con cui aveva giocato per una intera estate prima che nonna Maria glielo rifilasse cotto nel piatto. La vita fa voli pindarici mentre donna Flavia acquista coraggio.
“Non prendermi in giro, ma quello che tenevi tra le mani era …” inizia a chiedere poco più tardi nel pomeriggio alla vicina.
“Eh sì, l’altro non lo faceva più mangiare e abbiamo dovuto. Due galli in un pollaio!” risponde dispiaciuta.
A Flavia, donna smaliziata e solitamente dura non resta che riflettere che la vita è crudele e strana. Rispetta la legge del più forte anche quando non te lo aspetti e utilizzando vie per niente banali. Così il Rosso ci ha lasciati in un giorno di primavera, senza che potessimo dargli un degno saluto peraltro, per finirsene spennato in un tegame prima che finisse beccato a morte dal suo compare o peggio ancora morto di stenti. Così il Bianco, galletto livornese fino al midollo, ha avuto la sua soddisfazione e ancora oggi si aggira strafottente per il pollaio. Resta un dubbio però, ma tra il Bianco e l’anatrone, chi diamine comanda? Non resta che osservare e imparare perché il pollaio, questo è stato accertato oltre ogni ragionevole dubbio, è scuola di vita.

Addio Rosso … sarai sempre nei nostri cuori … e di passaggio nello stomaco di qualcuno.

giovedì 2 febbraio 2017

Tanti auguri a me
Mai stata auto celebrativa , in buona parte per carattere, vuoi anche per motti/mantra con cui mi hanno cresciuta e infine perché l’unica volta che ci ho provato, tra l’altro non con quello scopo specifico, apriti cielo.  Una innocua proiezione di diapositive per cercare di ricordare le tappe della propria vita e le amicizie, condita di tentativi di commento divertente (giusto per fare un esempio,una foto di una me molto fiduciosa, sorridente, grembiulino bianco d’ordinanza e cartella veramente assurda, accompagnata dalla frase “l’inizio della fine” per ricordare il primo giorno di scuola) e mi sono sentita rinfacciare di averla fatta per sottolineare impietosi confronti. Certo che il mondo sia pieno ricolmo di stupidi l’ho scoperto presto, ma che questi stupidi siano anche … lasciamo perdere e torniamo alle auto celebrazioni.
Oggi sarebbe giornata di bilanci e con quelli ne ho anche troppa di esperienza. Quest’anno quindi li evito come la peste, che poi a essere sinceri, io dico di evitarli, ma figuriamoci se ci riesco. Resterebbero i buoni propositi, le aspettative, le speranze, ma i buoni propositi mi son sempre naufragati, le aspettative le ho sempre disattese e sappiamo tutti fin troppo bene che succede a chi vive sperando.
Che diavolo mi rimane da fare allora ? Certo, per prima cosa potrei evitare di scocciare il prossimo con questi miei sragionamenti, ma per quello, potete sempre smettere di leggere e fare altro. Quindi mi resta di cavalcare un po’ il viale dei ricordi, ma lo rimarco, ancora e ancora, non per auto celebrarmi,ma per ricordare e non dedicarmi ad azioni più “dolorose”.
Nascere in Febbraio ha i suoi lati positivi. Certo non puoi darti a festeggiare in mezzo alla natura a meno che tu non voglia far sommergere i tuoi genitori di denuncie per procurata influenza di massa, ma puoi giocarti la carta carnevale che è una bellezza. Aggiungi che ti sono toccati in sorte due genitori scellerati e armati dei migliori propositi e che travestirti ti è sempre garbato anche troppo e sei a cavallo.
Se avessi avuto la faccia tosta (e la bravura magari!) avrei fatto l’attrice, ve lo dico, la possibilità di essere tante persone differenti, mi ha sempre fatta impazzire. Il carnevale per una “vergognosa” cronica è un buon compromesso, aggiungiamoci che puoi festeggiarlo a casa e vai di compleanni variopinti e improbabili.
Certo, i primi non erano così audaci e creativi, erano ricolmi di una miscellanea assurda di invitati. Amici di montagna, parenti, colleghi di lavoro, chi più o meno dotato di prole. Finiva con scorrazzamento di bambini urlanti ovunque e con la sottoscritta vittima del famelico “strizzamento di gota” da parte di tutti. Io ora son grande e ve lo posso dire, vi avrei menato gente, strizzarmele piano le guanciottone no? “ma guarda che musino questa bella bimba”, non è una formula magica che vi autorizza a torturare povere bambine innocenti.
Man mano negli anni, i compleanni si son fatti più variopinti e focalizzati. Agglomerati di compagne di classe, chiassose e pronte a tutto o quasi. Chiacchiere, schiamazzi e giochi vari. Costante era la domanda “ma viene anche tuo zio?...perchè altrimenti non vengo mica!”  e secondo voi dove le trovavi poi? A gravitare intorno allo zio, come tante falene intorno alla luce, lì, civette e svenevoli a farsi agguantare al volo … e era solletico … o barbie agguantata e decapitata. Allora via, imboccavano di rincorsa il corridoio urlanti e si salvi chi può. Un anno, purtroppo, a salvarsi non fu di certo il povero camper della barbie. L’unico maschietto che aveva avuto il coraggio di presentarsi al mio compleanno,lo lasciò incustodito per darsela a gambe al volo, proprio sulla strada di una mandria impazzita di ragazzine che scappava urlante dal sopracitato zio che minacciava decapitazioni di massa (di bambole si intende). Fu una cerimonia struggente quella che accompagnò la sepoltura di quel camper, era l’unico veicolo della bambolina americana che non fosse rosa, ma piuttosto spartano e sportivo, lo rimpiangerò per sempre.
Poi pian piano vennero introdotti i coriandoli, coriandoli che vennero ritrovati a intervalli più o meno regolari ad ogni pulizia quotidiana o di pasqua che fosse per anni e anni. Mia madre non lo confesserà mai, ma non si è mai pentita così tanto di aver detto di sì a qualcosa … oddio … a parte il sì fatidico … di quello proprio non si capacita ancora (lo sappiamo donna Flavia che vi volete bene!). Il massimo storico però lo raggiungemmo alle medie. I miei compleanni divennero ufficialmente carnevaleschi. Il che presentava diversi aspetti intriganti, io e i miei potevamo sbizzarrirci e chi noleggiava il vestito per le feste scolastiche lo sfruttava più a lungo. In più, finalmente, i maschietti non avevano più il terrore di presentarsi in casa nostra, anzi, si erano accorti che potevano godere di infinite libertà (compreso un assaggio di spumante rigorosamente brut, in casa sempre stati liberali noi!) , cibo (di nostra produzione e non) in abbondanza e una accozzaglia alquanto strana di oggetti con cui perdersi (dai minerali, alle piccozze, passando per chissà che altro). Così, tra un improbabile mascheramento e un altro (strega con lo splendido cappello a punta fatto dai miei, scienziato pazzo con i coni fatti con i miei capelli da una folle parrucchiera, punk, imbianchina, alpinista con tanto di scomodo casco e ancor più scomoda imbracatura con tanto di moschettoni annessi, mio alter ego fumettistico) i miei genitori sempre assai permissivi ci dettero l’autorizzazione di usare stelle filanti e neve finta spray. Ideona, sul serio. Neanche dieci minuti e il salotto si trasformò nella più improbabile pista di pattinaggio mai vista, ma ci divertimmo da matti e sviluppammo la non sottovalutabile abilità di mangiare salatini e pasticcini mentre scivolavamo rovinosamente a terra.
Il desiderio di mascherarsi e creare e improvvisare si è protratto negli anni. I compleanni sono stati trasformati in intere giornate e notti di occupazione selvaggia di casa e i miei vecchietti sempre più permissivi hanno ogni volta fatto la valigia fiduciosi, per poi venire a controllare la mattina dopo che la casa fosse sempre in piedi. Si sono spinti oltre ad essere sinceri, hanno mentito, spudoratamente, con diversi genitori quando la situazione lo richiedeva. Son cresciuta in tempi in cui i pigiama party si stavano appena affacciando in Italia e certamente la presenza promiscua di maschi e femmine era da considerarsi uno scandalo! Ma ci siamo divertiti, che riproducessimo il mitico ballo di dirty dancing (io sono piuttosto improbabile come sostituto di Patrick , oddio, i passi mica mi venivano male, ma indossare una camicia, jeans nero e farmi la coda, pessimo tentativo di sembrare un maschietto credetemi!...e quando qualche anno dopo ho aggiunto i baffi per interpretare un detective della polizia, arrivando a fasciarmi il seno strettamente,..tentativo ancor più pessimo,ma si sono scompisciati dalle risate in diversi!), che giocassimo una terribile partita di trivial pursuit (perché la capitale della Corea non è Corea city … non esiste!...in più continuare a canticchiare “fatti una pera” non aiuta la concentrazione!), che girassimo pessimi gialli/horror, che improvvisassimo partite a poker (dopo aver rischiato di essere investite da un tir … quando l’ addetta alla guida è imbranata e le si spenge la macchina nel bel mezzo di un incrocio sull’aurelia !...e tu ti vedi arrivare un enorme tir sempre più addosso e ripeti freneticamente “rimetti in moto, rimetti in moto, rimetti in moto!”) o che ci bisticciassimo letti,divani e tappeti per poi finire tutti aggrovigliati e molto più promiscui del sospettabile nel più scomodo dei posti possibili. Ci siamo veramente divertiti perché francamente, anche solo vedermi indossare l’abito da sposa di mia madre per i diciotto anni, merita, perché per fortuna mia madre si è sposata col meno probabile e più azzurro degli abiti da sposa, ma certamente uno dei più anni 70 e rimettermelo a distanza di anni è stato assurdamente divertente!

Tutto questo “rigirio” di discorsi è per questo quindi, per ricordare tante risate e per farmi gli auguri … Tanti Auguri Puce !

domenica 29 gennaio 2017

Il mio periodo nativo americano


NELL'ARCO DI ROCCIA


Con le gambe incrociate me ne sto seduta in un arco di roccia
Roccia rossastra roccia viva roccia che finalmente posso toccare
Spingo le mie mani su di essa accarezzo la roccia che finalmente sento mia
Cerco di vivere il suolo che sta sotto di me intorno a me
Sopra la mia testa ancora pietra ancora rossastra
La posso percepire da lassù mi cinge dall'alto per proteggermi
Circondata sui quattro lati del mio corpo dal vuoto che sta dentro l'ampio arco di roccia
respiro l'aria che riempie questo vuoto
la faccio penetrare nei miei polmoni giù nelle mie viscere
perché questo spazio questo luogo questo mondo sia anche mio
Con gli occhi chiusi ascolto il silenzio attendendo una visione
Resto immortale ed eterno nell'arco di roccia
Poi distinguo lontano il grido del corvo che avverte il mio cuore
Poi ancora distinguo lontano il grido dell'aquila che parla alla mia anima
Così mi stacco dal mio corpo
Sono fuori di me e guardo il mio involucro seduto con le gambe incrociate
nel grande arco di roccia
Ora che la mia anima è aria
osservo il mio corpo seduto ed immobile che respira a pieni polmoni
la visione
Continuo ad ascoltare l'aquila mentre mi rimpossesso del mio involucro
Apro gli occhi nell'istante in cui sono di nuovo in me
Guardo gli infiniti spazi di fronte a me intorno a me
Seguo con lo sguardo tutto l'arco di roccia
Finalmente sono parte di questo
Finalmente sono parte di tutto questo infinito sono parte di questa natura
la vivo la sento fuori e dentro di me
Percepisco la roccia ogni piccola pianta ogni piccolo animale
Percepisco il cielo e la terra
 Posso vivere questi elementi
Posso vivere con questi elementi
Mi sento in tutta la natura

mi sento viva in lei e con lei





DANZA

Danza, danza sulla nuda terra arida
Disegna magici cerchi nell'aria con le tue braccia
Muovi sinuose le gambe sotto la leggera veste
Danza sulla nuda terra arida senza lasciare tracce
Solleva polvere con i tuoi agili piedi scalzi
Scuoti il tuo corpo in frenetiche convulsioni
Rendi omaggio al ritmo
Danza, danza sulla nuda terra arida
Traccia ora mistici disegni nell'aria con le mani e le braccia
Agita il tuo corpo in fluide flessioni sotto la tua leggera veste
Godi dell'infinito spazio che ti circonda
rincorrilo
riempilo per intero
Accarezza l'aria per soggiogarla a tuo piacere
Danza, danza sulla nuda terra arida
Godi della natura
del suo e del tuo essere
Fonditi in essa
donati a lei
Fiamme salgono dalle viscere attraverso le crepe dell'arido terreno
Danza, danza ancora sulla nuda terra arida
E le fiamme
divamperanno dalle viscere sulla superficie
Ma la tua pelle vellutata non arderà
solo il tuo cuore sarà logorato dal fuoco
Ma tu continua a danzare
a danzare sulle fiamme delle viscere
Non smettere mai
Danza fino a perdere fiato
fino a squagliare la tua anima
...
dissolvi il tuo essere




CIELO

Il cielo è l'oscuro manto di un nero lupo
Le stelle sono iridescenti corallini d'argento
La luna è un pallido sole
privato dei suoi raggi
Il vento è un leggero soffio
che accarezza la pelle
un fruscio musicale fra le foglie
Il silenzio è rotto solo dal
dolce parlare  del gufo
Sono solo nella notte
e parlo con le stelle
che mute dal cielo mi rispondono
Vedo praterie e bisonti
fra questi il volto di un vecchio
Lunghi sciolti capelli grigi
Il petto scoperto
i lunghi pantaloni di pelle
Al collo il sacchetto delle erbe
ai piedi consunti mocassini
Mi guarda con occhi severi
Mi parla con le mani
Il suo volto è stanco
il petto ha ceduto agli anni
Ma i suoi occhi sono vivi
e mi rimproverano
Non mi parla più con le mani
Prende il sacchetto delle
erbe e lo apre
Le getta su me
e quando le foglie
secche toccano il
terreno si formano
cavalli che corrono
 verso di me
veloci
Mi passano vicini
alzando polvere
Corrono oltre me
lontani veloci
Il vecchio addolcisce
lo sguardo
Sorride impercettibile
scompare
Il vento è un leggero soffio
che accarezza la pelle
un fruscio musicale fra le foglie
La luna è un pallido sole
privato dei suoi raggi
Le stelle sono iridescenti corallini d'argento
Il cielo è l'oscuro manto di un nero lupo






MI SENTO FELICE

Chiedo all’aquila
Di cantare per me
Chiedo al lupo
Di ululare per me
Chiedo agli antenati
Di pregare per me
Su questa alta cresta
Osservo i boschi
Le vallate
Osservo la prateria
Lontana
Ardere sotto il sole
Cocente
Sono parte di questo
Infinito splendore
Ora lo sento
Mentre il vento
Mi sussurra
Nell’orecchio
Il suo refolo d’amore
Mentre la terra
Mi inebria dei sui vitali
Profumi
Sono parte di questo
Infinito splendore
Sono figlia del vento
Sono figlia
Della terra
Mentre scendo a valle
Mentre torno da
Mia sorella
Dai miei
Genitori
Sento la forza
Della natura
Scorrere in me
Sento la forza infinita
Della vita
Scorrere in me
Io sono chi è venuto
Prima di me
Io sono chi verrà
Dopo di me
Mi sento felice





AQUILA


Fammi volare
Portami via di qui
Fammi sollevare da questa terra che amo tanto
ma che tanto mi fa soffrire
Fammi volare con te fra le nuvole bianche
Strappami al dolore con i tuoi artigli
Fammi vedere le praterie e le montagne e le valli ed i fiumi dall'alto del cielo
Per poco strappami al dolore con i tuoi artigli
Fammi guardare la terra dall'alto
ed allora mi sembrerà di soffrire meno
Fammi volare sospinta dalle correnti
insieme a te
amica aquila
Fammi planare sui canyon
Fammi respirare l'aria pura e fresca delle altitudini celesti
Portami con te nel cielo
amica aquila
Dammi un po’ della tua forza del tuo coraggio
Dammi i tuoi occhi vigili e profondi
Dammi il tuo cuore giusto
Prestami le tue ali possenti e fammi volare via dal dolore
Insegnami la forza delle correnti celesti
Poi riportami sul suolo
Fa che i miei piedi posino ancora sulla terra che tanto amo
e che adesso mi farà soffrire meno
Perché ho volato con te
amica aquila
Perché ora conosco il potere delle correnti celesti
Perché ora posso sollevarmi anch'io in volo
e posso vedere la terra che amo dall'alto
e posso vedere che le sofferenze che mi infligge
non sono niente
in confronto
alla tua meraviglia
amica aquila
ed alla meraviglia delle correnti celesti







L’ORLO DEL MONDO


Sono seduta sull'orlo del mondo
Le gambe incrociate
sulla rossa coperta
Lo sguardo lontano
oltre l'orizzonte conosciuto
Cerco di ritrovare qualcosa
qualcosa che ho perso
qualcosa che forse mai ritroverò
Scruto l'infinito spazio che mi si apre di fronte
Vago nella prateria
accarezzo i piccoli roditori entrando nelle loro tane
Mi perdo nel cielo
dietro l'aquila consigliera e vigile
con lei mi lancio decisa sulla preda
l'afferro lacerando la carne con gli artigli
volo lontana verso il nido
Un lupo mi si avvicina
mi osserva penetra la mia anima con lo sguardo
poi lento si allontana per sempre
Gli occhi mi dolgono
non riesco a scorgere ciò che ho perduto
Il sole accecante cede  in languore
La roccia si sfuma in mille diverse
tonalità
di rosso
La terra si fa arancio
mentre un misterioso alito di vento
la solleva in improvvisi coni di polvere
Respiro lenta attendendo la visione
di ciò che ho perduto
Sforzo ancora lo sguardo
per andare oltre tutto ciò
che sono stata
oltre tutto ciò che mai sarò
Adesso anche il coyote
mi rende omaggio con la sua vita
ma io continuo a non capire
continuo testarda a cercare qualcosa che sia
oltre
ma oltre che cosa
La notte cala
la temperatura si abbassa
il mio corpo sembra non esistere più
Nella notte mille occhi mi osservano
La luna si nasconde dietro una nube
Le stelle restano mute
L'alba mi scopre esausta
quasi vinta
Il sole sempre più accecante
 socchiude i miei
occhi
chiude i miei occhi
Nel buio dentro me
ecco la visione
Ciò che ho perso è sempre stato qua
vicino a me
nascosto nelle mie viscere

Con se la soluzione 




ORSO

Un anno fa proprio in questo giorno
io l'ho incontrato
Ero nel bosco a caccia di prede
Con i muscoli tesi ascoltavo
il silenzio
Gli occhi penetravano il fogliame in cerca
di vittime
Poi ho scorto qualcosa di marrone
Da troppe lune ero lontano da casa
non ero più molto attento
Con passi silenziosi mi sono avvicinato ai margini
di una radura
Con mano decisa ho scansato le ultime foglie
Lui era là
Grande maestoso ferito
affamato
Io ero di fronte a lui
vittima cacciatore
entrambi
Mi ha guardato e si è sollevato sulle zampe posteriori
mostrando artigli micidiali
Poi ha posato a terra le sue armi
Ora io dovevo scegliere
Ho posato arco e frecce fra noi
ho riposto il tomahawk ed il coltello
Lui mi ha guardato di nuovo
Con occhi profondi è entrato in me cercando
e trovando la mia anima
Abbiamo cacciato insieme
come fratelli
Oggi come allora
lui è di fronte a me
Quando scanso gli ultimi rami
ci guardiamo
Insieme ci incamminiamo sul sentiero
di caccia
fratelli nella vita






 RUSCELLO

L'acqua del ruscello scorre soave
portando con se la sua musica
Intorno verde rigoglioso
Maestosi gli alberi del bosco
Timidi i primi fiori di primavera
Gli animali si risvegliano e richiamano
In un giorno come questo ho cercato
la mia sposa
L'acqua del ruscello scorre soave
portando con se la sua musica
Nell'aria il profumo della vita
una vita che si risveglia
dal torpore invernale
In un giorno come questo ho trovato
la mia sposa
Ho passeggiato con lei lungo il ruscello
donandogli il mio cuore
ringraziando le generose divinità
L'acqua del ruscello scorre soave
portando con se la sua musica
In un giorno come questo è nato
mio figlio
Un giorno in cui la natura
sembra nascere
per la prima volta
Quando uomini ed animali
si osservano
rispettosi
e
pacifici
Un giorno in cui si può solo tributare la vita
ed il suo scorrere
In un giorno come questo vedo
mio figlio cercare
della sua sposa e
trovarla
In un giorno in cui
l'acqua del ruscello scorre soave
portando con se la musica






SOGNANDO UNA TERRA LONTANA

Sogno di una terra lontana
una terra grande ricca
una terra di contrasti
Sogno infinite praterie
nelle quali attendere il tramonto
Sogno enormi archi di roccia
dove sedersi ad attendere una visione
Sogno grotte irreali e magiche
in cui giocare con la luce e ascoltare la propria anima
Sogno alti obelischi di pietra
nelle cui ombre nascondersi
Sogno di ascoltare il malinconico ululato del lupo
il gracchiare del corvo che parla alla mia anima
il grido dell'aquila che mi risveglia dal torpore
Sogno di respirare l'aria di questi luoghi
vivendone la natura
Sogno di poter così far parte di questa infinita terra
Sogno di ascoltare il silenzio di questi luoghi incontaminati
per poter percepire antichi canti di antiche tribù
e poter percepire un tempo passato ed il suo brusio
ora di vita serena
ora di crudele sottomissione
Sogno il riscatto di un popolo ancora fiero
Sogno di una pace che non riesco più a trovare
Sogno di luoghi magici che forse un giorno
mi sarà dato di visitare
e vivere
Ora posso averli solo dentro di me
ma un giorno finalmente vivrò nella loro spiritualità
con la loro infinita saggezza





TRAMONTO

Sono in una terra lontana in una terra che non è la mia
Resto in piedi in una desolata prateria aspettando il tramonto
Ascolto il silenzio per carpirne ogni piccolo segreto
Ascolto il silenzio di questo luogo per conoscerne
i ricordi
Percepisco antichi canti di un popolo umiliato
un popolo antico deriso e massacrato da una nuova e sciocca etnia
Sono canti che celebrano una natura finalmente amica
Il tramonto è arrivato inondando il cielo di rosso
rosso sangue di un popolo stremato
rosso sangue di un popolo ancora fiero
Ora è giunta la notte
ora è giunto l'ululato del solitario lupo
Anche il lupo è stato massacrato
anche il lupo è stato deriso
anche al lupo hanno cercato di strappare la terra
anche il lupo è ancora fiero
Il suo ululato malinconico riempie il cielo
cacciando via il rosso sangue di un popolo che lotta per sopravvivere
Sono ancora in questa prateria desolata
resto in piedi ad ascoltare il silenzio
Inizio a vedere in lontananza
immagini di un tempo lontano
di un tempo che non sarà più
Sento il rumore di un periodo felice sostituito dal chiasso della distruzione
Sulle guance scorrono lacrime di rammarico e tristezza
Mi sento responsabile perché impotente
Mi sento di essere in una terra vicina e mia
perché ne rispetto la natura le tradizioni
e chi l'ha sempre vissuta
Rispetto un antico popolo mutilato ma fiero
Rispetto il lupo che con il suo ululato riempie il cielo di malinconia
ma i cuori di coraggio